
di Antonio Di Mauro
Da quando il trascorso “secolo del progresso”, delle distanze geografiche accorciate, della comunicazione velocizzata e potenziata fino all’impensabile, delle traversate interplanetarie, delle sbalorditive rivoluzioni tecnologiche e scientifiche in generale, ha fatto sorgere tra i pensieri delle menti più attive domande del tipo se ancora avesse senso, o che senso avrebbe scrivere poesie, ricorrenti in modo più incisivo nei momenti successivi a catastrofici eventi o semplicemente in situazioni di forte depressione socio-economica o di sterile livellamento culturale. Esempio, per tutti, ma ben lontano dalla consueta, comune banalità, se lo chiese, comprensibilmente, Adorno dopo l’Olocausto, mentre il poeta Paul Celan, ebreo sfuggito ai campi di sterminio, diede la sua risposta negativa gettando vita e arte nella Senna.
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