“E cu parra, Bartulu?”
di Gaetano Marina
Era nato a Catania, probabilmente nel 1797, Giacomo Di Bartolo, “Bartulu”, e quando vi morì, il 1° novembre del 1863, fu lutto cittadino. Le porte delle botteghe restarono chiuse a metà durante i funerali, a testimonianza del cordoglio espresso dai catanesi, i quali avevano amato in vita il loro concittadino, lo piansero in morte, lo introdussero col ricordo nella tradizione popolare per conservarlo vivo.
“Egli era un patriota, un amministratore comunale (assessore all’Annona) di Catania nei primi anni dell’unità d’Italia, uomo di grande dirittura morale, prestigio e ardimento” (V. Immagine di Catania, di V.Consoli e S.Nicolosi, ITES CT, 1975, pag. 211). Fisicamente imponente, dal temperamento infiammabile, non molto colto, fu soldato sotto Ferdinando I di Borbone e rischiò la fucilazione. Riparò in Spagna ove prese parte nel 1821 alla rivoluzione di Cadice. Fu quindi in Francia, Inghilterra ed America del Nord. Si arricchì col frutto del suo lavoro e con l’eredità lasciatagli da una ricca signora, fra i cui beni era una grossa e preziosissima perla che, rientrato infine a Catania, donò a Sant’Agata. “Bartulu” era molto “’ntisu” per la sua energia, il suo coraggio, la sua dirittura e, portato in mezzo ai tumulti, come accadde durante la rivoluzione del 1848, era l’uomo capace di “imporre” pace e giustizia, e di tenere a freno i malintenzionati. Aveva parlato Bartolo, e Bartolo andava ascoltato! Era questo il significato del detto popolare “…e cu parra, Bartulu?”, per voler dire che a Bartolo andava prestata obbedienza pronta ed assoluta, e non, come oggi erroneamente qualcuno intende, per ironizzare su un parere, o un suggerimento, espresso da un poveraccio che non val la pena di prendere in seria considerazione. Lungo il viale degli Uomini Illustri, alla Villa, a Giacomo Di Bartolo è stato eretto nel 1885 un busto marmoreo, opera dello scultore Epifanio Licata, ed in città esiste pure una “viuzza”, che porta il suo nome, al n° 10 di via Coppola. C’era stato per il vero “quasi” un precedente al nostro Bartulu. Si trattò di Bartolo di Sassoferrato, il più grande giureconsulto italiano del XIV secolo, nato ivi nel 1314 e morto a Perugia nel 1357. Conseguita la laurea appena ventenne a Bologna, insegnò in questa stessa università, e poi in quelle di Pisa e di Perugia. Grande studioso, sommo civilista, elaborò le più complesse ed ardue dottrine nel campo giuridico. Scrisse trattati e raccolte di questioni, dispute, consigli forensi, sugli argomenti più vari del diritto privato, pubblico, penale, processuale, internazionale, del quale ultimo è considerato fra i fondatori. Fu ambasciatore presso l’imperatore Carlo IV, dal quale fu insignito di titolo nobiliare e del privilegio di creare dottori. La sua fama si estese anche fuori d’Italia e le sue opere si diffusero in varie parti d’Europa. Sulla sua tomba, nella chiesa perugina dei Frati Minori, bastò scolpire le parole: “Ossa Bartoli”. In molti Paesi, come in Spagna e Portogallo, la sua parola, espressa attraverso pareri o decisioni, era tanto osservata da stabilirsi che, nei casi dubbi, dovessero prevalere le opinioni di Bartolo. Bartolo, anche lui Bartolo. Ed anche a lui sembra adattarsi il detto: “…e chi parla, Bartolo?”.









