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Centoventisei, la vita dei ‘pesci piccoli’ della mafia

2023-05-08 11:48

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Focus,

Centoventisei, la vita dei ‘pesci piccoli’ della mafia

Un progetto che ha per oggetto la rievocazione del periodo stragista dei primi anni 90 del Novecento, ma visto e narrato da una prospettiva diversa

Scritto a quattro mani da Claudio Fava ed Ezio Abbate, “Centoventisei” è un lavoro che ha per oggetto la rievocazione del periodo stragista dei primi anni 90 del Novecento, ma visto e narrato da una prospettiva diversa incentrando una specifica vicenda, la preparazione della Centoventisei imbottita di tritolo che servirà alla strage di via Amelio nella quale perì il giudice Borsellino, senza peraltro esplicitarne fatti e nomi (Borsellino non viene mai nominato).  Dal testo si è passato alla scena con la drammaturgia, le scene e la regia di Livia Gionfrida, dapprima al teatro Biondo di Palermo e adesso nella sala Verga del Teatro Stabile di Catania, poiché si tratta di una coproduzione delle due struttura teatrali.

      Una prospettiva diversa, dicevamo, in quanto tutto è visto attraverso gli occhi di quelli che possono essere definiti dei ‘pesci piccoli’ dei clan, il killer Gasparo, interpretato da David Coco, esperto assassino di uomini e cavalli; sua moglie Cosima, Naike Anna Silipo, in perenni gravidanze mai portate a termine e ‘Fifetto’, Gabriele Cirello, giovane ‘apprendista’ alle prime armi, associato a Gasparo su ordine del boss Totuccio Graziano, per il furto della Centoventisei che dovrà essere imbottita di tritolo per provocare la strage.

     La vicenda si svolge nell’arco di una notte (con qualche flash evocativo), il ché giustifica la scelta registica di una perenne semioscurità, ravvivata dai riflettori di scena puntati direttamente dai protagonisti verso gli altri, in una scena scarna, quasi vuota ‘riempita’ ad un certo punto da una portiera d’auto incombente, appesa su ganci oscillanti, e da copertoni che rotolano spinti direttamente dagli attori, oltre ad una macchinina che di tanto in tanto appare manovrata come un piccolo drone.

      C’è, in definitiva, la rappresentazione delle povere vite di affiliati alla mafia ormai invischiati in un meccanismo più grande di loro dal quale non possono più uscire neanche se lo volessero. Gasparo, che non sembra certo felice della sua condizione (e che pure cerca di affrontare con triste quotidianità) evoca continuamente il rischio di poter finire ‘incaprettato’ se solo disubbidisse agli ordini ricevuti. A senso unico la figura femminile, ossessionata dalle gravidanze mai portate a termine, la quale addossa al marito la colpa, ritenendo che sia un volere divino a causa dei suoi assassinii. Sarà lei, alla fine, ad uccidere il marito, la sua vita per quella del nascituro… e cercherà una nuova vita andando a ballare col giovane Fifetto. Tutti alla fine si rivelano essere come dei pupi nelle mani di uno spietato puparo e non c’è possibile redenzione.

      La rappresentazione poggia su diversi registri emozionali, dal comico al drammatico, dal grottesco alla ricerca di un’improbabile ‘normalità’. Non sembra esserci volontà di giudizio ma il prevalere di cronachistica e minimale descrizione. Lo spettacolo si appoggia comunque sulla abile caratterizzazione attoriale dei protagonisti i quali sfruttano a dovere anche il linguaggio, di chiara identificazione palermitana.