Continuano senza sosta le trasposizioni teatrali tratte da grandi romanzi. Per la stagione del Brancati (per l’occasione in ‘trasferta’ all’Ambasciatori) è stata adesso la volta dell’ultimo romanzo di Luigi Pirandello, ‘Uno, nessuno e centomila’, pubblicato la prima volta in volume nel 1926. L’adattamento e la regia sono di Nicasio Anselmi; una drammatizzazione compiuta con rigore che pone comunque l’attenzione più sulla parola e sui lunghi monologhi del protagonista, Vitangelo Moscarda (con una convincente prova attoriale di Primo Reggiani) piuttosto che su un’azione scenica inevitabilmente limitata.
Vitangelo Moscarda (detto Gengè) è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all'osservazione da parte della moglie la quale gli dice che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona completamente diversa. Da quel momento l'obiettivo di Gengè sarà quello di scoprire chi è veramente.
Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c'è il desiderio di un'opera di carità, ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un'amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c'era in lui il male.
Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo da un'altra prospettiva. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l'unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.
Non era facile ridurre a racconto-monologo un romanzo così intriso e quasi summa della ideologia pirandelliana, quasi filosofia pura Ma l’idea registico drammaturgica è comunque volta ad uscire da un contesto ristretto e specifico anzi è volta a rendere la “perennità” del messaggio, l’atemporalità del protagonista che è uomo di ieri, di oggi di domani. Il Moscarda interpretato da Primo Reggiani, diventa l’eroe di oggi nel tentativo di cercarsi, di aversi, di essere per sé uno. Le cento maschere della quotidianità, lasciano il posto alla ricerca del Sé autentico, vero, profondo. E la sua è una storia con un finale positivo, pur nella parabola sociale apparentemente discendente con la scoperta della possibilità concessa ad ognuno di trovare se stesso, dentro la propria bellezza. Accanto al protagonista, d’altra parte, troviamo un affiatato gruppo che rappresenta l’umanità con cui è costretto a confrontarsi: la moglie Dida, Francesca Valtorta, pragmatica come non mai nel cercare di tenere sotto controllo il marito, l’amica di costei, Anna Rosa, interpretata da una splendida Jane Alexander, personaggio centrale e quasi misterioso, unica a difendere l’integrità mentale di Vitangelo; i due viscidi ‘banchieri’ interpretati da Fabrizio Bordignon ed Enrico Ottaviano, concentrati sulla integrità della loro posizione lavorativa.
Scenografia assai funzionale, di Annamaria Porcelli e Sergio Maria Minelli (cui si devono anche i gradevoli costumi) con delle grandi teste, fasciate con pagine di giornali, e paraventi usati come vere e proprie quinte. Musiche di Giovanni Zappalorto, movimenti di Barbara Cacciato, foto di scena di Tiziana Ionta.
Buon successo di pubblico.


