È un bel problema, oggi, rappresentare Shakespeare, specialmente quello più ‘ostico’ delle histories (drammi storici inglesi). Il problema principale, è inutile negarlo, è la lunghezza. Sono anni, ormai, che il nuovo pubblico non accetta più il teatro ‘classico’ nella sua versione integrale e, a dire il vero, nessun regista si sognerebbe di provarci. È cambiata la fruizione; la capacità di attenzione di chi assiste, difficilmente riesce a superare le due ore. È proprio la filosofia del recarsi a teatro che ha stabilito nuove regole. Ecco che si è sviluppata sempre più la tecnica dell’adattamento, della riduzione, della rilettura, con ampie ricadute anche sul piano linguistico, tanto da giungere a vere e proprie riscritture che, il più delle volte, si allontanano anche dallo stile dell’autore originale. È inevitabile, dobbiamo farcene una ragione; sempre che ci si ponga il problema! Probabilmente non sono più in tanti a farlo, si preferisce giudicare lo spettacolo per quello che viene presentato, hic et nunc, e, alla fine, gradirlo o no senza porsi particolari problemi esegetici. Eppure c’è un rischio che si rivela sempre più palese, una sorta di discrasia fra l’adattatore (che a volte coincide anche con la figura del regista) e il pubblico. Chi mette mano ad un testo teatrale evidentemente lo studia, se ne appropria, arriva a conoscerlo in profondità; ma si può dire lo stesso per chi vi assiste? Ci sarà una parte più competente o che, magari per una questione di età, è in grado di confrontare lo spettacolo con precedenti edizioni o con lo stesso testo, ma per molti altri potrà essere anche una ‘prima volta’ (penso, per esempio ai più giovani, ma non solo). In quest’ultimo caso le pesanti ‘sforbiciate’ sul testo originale potrebbero causare anche delle palesi incomprensioni o travisamenti. È così che, pian piano, si perde progressivamente la memoria di ciò che fu il classico originario. Ma, tant’è, possiamo solo affidarci alla sensibilità di chi lo re-interpreta, nella speranza che ne mantenga almeno lo spirito.
Esempio emblematico di quanto esposto sopra può essere considerato l’allestimento del ‘Riccardo III’ di Shakespeare proposto dal Teatro Stabile di Catania, nell’ambito della stagione di prosa 25/26 al Verga. (Produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale).
Scritto presumibilmente tra il 1591 e il 1592 Riccardo III è posto a suggello della cosiddetta ‘Tetralogia minore’ sulla storia inglese (insieme ad Enrico VI parte prima, Enrico VI parte seconda ed Enrico VI parte terza) agli inizi della carriera, ai tempi in cui collaborava con Christopher Marlowe. L’intero ciclo descrive un’epoca particolarmente rilevante della storia inglese, quella caratterizzata dalla guerra tra i due rami della famiglia dei Plantageneti, i Lancaster e gli York (La guerra delle due rose) fino alla sconfitta di Riccardo (York) a Bosworth Field, nel 1485, per mano del conte Richmond (erede dei Lancaster) il quale, salito al trono col nome di Enrico VII, diede inizio alla dinastia dei Tudor.
Riccardo III è una figura storica di cui però, nella tragedia shakespeariana, vengono estremizzati gli aspetti negativi (peraltro storicamente improbabili) fino ad ergerlo a vero e proprio simbolo del male. Ciò era funzionale allo scrittore per esaltare il carattere di magnificenza dell’epoca in cui viveva (l’età elisabettiana e il suo splendore) in contrapposizione all’epoca precedente. In termini drammaturgici Shakespeare ne “scolpisce il carattere con tratti d’una potenza inaudita, il primo grande carattere della Tragedia moderna” (Silvio D’Amico).
La regia di Andrea Chiodi, in sintonia con la riduzione ed adattamento di Angela Dematté, concentra la propria attenzione sulla figura di Riccardo cercando anche di andare alle origini della sua condizione umana. Deforme nel corpo e nello spirito, angariato perfino dalla madre da cui non ricevette amore, questo il punto di vista di Chiodi che sembra voler psicanalizzare la sua infanzia proponendo una sorta di breve, frustrante, flashback all’inizio dello spettacolo, anteponendolo al celebre monologo che fungerebbe da incipit: “Ora, l’inverno del nostro scontento s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York; e le nuvole che incombevano sulla nostra casata son sepolte nel profondo dell’oceano…”
Riccardo non viene interpretato in modo possente ed esagitato ma, piuttosto in maniera introspettiva con un senso di straniamento da ‘banalità del male’ (ricordando un celebre saggio della Arendt). E qui emerge il senso della scelta interpretativa avendo affidato la sua parte ad una interprete femminile, Maria Paiato, che ne costruisce una figura fredda e determinata, sì, nel portare fino in fondo l’orrenda eliminazione di tutti i pretendenti alla successione di Edoardo IV, appartenenti alla sua stessa casata, ma, al tempo stesso, quasi portatrice/tore di una ‘missione’ di cui rende partecipe il pubblico rivolgendosi ad esso sovente, con fare quasi ammiccante. Tutti gli altri, bravi e capaci, fungono da cornice che amplifica tutta la corruzione dilagante dell’intera corte: Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Carlotta Viscovo, Cristiano Maioli, Lorenzo Vio.
Scena cupa e monolitica, di Guido Buganza, con un lungo tavolo sempre presente, sovrastato da una bara pendente ed incombente; costumi ‘pesanti’ rievocanti un passato non precisamente datato; musiche di Daniele D’Angelo, cangianti e moderne, tra carillon e perfino rock; luci di Cesare Agoni.
Se la prima parte e l’inizio della seconda si snodano scorrevoli nel descrivere ed eseguire un delitto dietro l’altro è poi il seguito ad avviarsi verso un precipitoso finale che deve essere più intuito che osservato. Chi non conosce già la tragedia difficilmente potrà immaginare una inesistente battaglia finale, in campo aperto, con duello tra il conte di Richmond ed il protagonista. La morte di Riccardo avviene in sordina ai piedi del tavolo e viene da chiedersi cosa possa significare la breve, celebre battuta del re: “un cavallo, un cavallo per il mio regno”.
Premiato, comunque, con tanti applausi il grande sforzo produttivo e, soprattutto, all’indirizzo di Maria Paiato.


