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Sangiorgi: alla riscoperta di Giovanni Pacini

2026-03-04 14:48

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Attualità, Focus,

Sangiorgi: alla riscoperta di Giovanni Pacini

Dopo la prima edizione dello scorso anno di la seconda edizione (nel 230 anniversario della nascita) si è svolta, nei giorni scorsi.

Una strana sorte accompagna la figura di Giovanni Pacini, in vita come in morte; un’alternanza di successi e insuccessi che si sono protratti fino ad oggi.

     Nato casualmente a Catania l’11 febbraio 1796, durante una tournée dei genitori, entrambi cantanti lirici, Pacini studiò al Conservatorio di Bologna con il Marchesi e con il celebre padre Mattei, per completarli a Venezia nel 1812. L’anno successivo (ad appena 17 anni, quindi) esordì al teatro Santa Renegonda di Milano con l’opera ‘Annetta e Lucindo’. Il successo ottenuto con ‘La sacerdotessa d’Irminsul’ (una chiara anticipazione della vicenda di Norma), rappresentata a Trieste nel 1817, su libretto del Romani, gli apre le porte della Scala di Milano, cui approda l’anno dopo con Il ‘Barone di Doshein’. La fama è ormai raggiunta: in un crescendo di richiesta passa dal teatro Carignano di Torino al Valle di Roma, all’Argentina per approdare, nel 1824, al San Carlo di Napoli con ’Alessandro nelle Indie’ (rappresentato per ben 70 repliche consecutive) e ‘L’ultimo giorno di Pompei’ che gli vale un vero e proprio trionfo. La sua fortuna ben presto iniziò a subire alti e bassi e se nel 1840 al teatro San Carlo di Napoli assistette ad un rinnovato successo con ‘Saffo’ (opera ritenuta ancor oggi il suo capolavoro), gli anni successivi ne segnarono un graduale declino, mitigato dalla sua dedizione all’insegnamento, fino alla morte avvenuta nel 1867 a Pescia in una villa acquistata per trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita familiare (scrivendo le sue memorie), sopravvivendo alla sua stessa fama.

       La sua ‘sfortuna’ fu, innanzitutto, quella di vivere nella stessa epoca di Bellini e Donizetti; epoca mitica del melodramma italiano su cui Rossini stendeva ancora la sua geniale ala e, ancora, che assistette ai primi passi compiuti da Giuseppe Verdi. Lo stile rossiniano ne condizionò la sua ‘prima maniera’ mentre Bellini fu il riferimento durante la sua ‘seconda maniera’, dopo gli anni 30. Così sulle oltre 90 opere scritte durante la sua lunga vita ben presto scese il silenzio.

       Fu alla fine degli anni ’80 del Novecento che si ricominciò a parlare di lui, dapprima all’estero poi anche in Italia. Catania fece la sua parte con la ripresa de ‘L’ultimo giorno di Pompei’ (mentre Taormina si intestava ‘Medea’). E intanto la SCAM cercava di porlo all’attenzione critica e musicologica con alcune iniziative.

     E giungiamo al giorno d’oggi. È ora la volta di una giovane associazione, ‘Catania per Bellini’ fondata e guidata con vera passione da Carlo Di Bella. Dopo la prima edizione dello scorso anno di ‘Catania riscopre Pacini’, la seconda edizione (nel 230 anniversario della nascita) si è svolta, nei giorni scorsi, al Teatro Sangiorgi con un prestigioso parterre di sostenitori (dal Teatro Massimo Bellini al Rotary Club Catania Est, dall’Istituto Italiano dei Castelli ad altri ancora). E questo è solo l’inizio!

     La serata del Sangiorgi è stata un’ottima occasione per eseguire una raffinata antologia di brani d’opera che attraversava un’ampia parabola dell’attività paciniana. Ne sono stati interpreti tre bravissime artiste, splendidi talenti della nostra terra: il soprano Manuela Cucuccio, il mezzosoprano Anna Pennisi e la pianista Giulia Russo. Il loro è stato un omaggio appassionato ad un musicista ancora tutto da studiare e scoprire. Più che ammirevole, quindi, il loro impegno che non è sfociato in una semplice esecuzione ma che ha dato vita ad una vera e propria rinascita che il pubblico presente non ha mancato di sottolineare.

     L’ampio programma spaziava da ‘ Il Contestabile di Chester’ a ‘Il Corsaro’, da ‘Carlo di Borgogna’ a ‘La fidanzata corsa’, da ‘La Vestale’ a ‘Niobe’, da ‘Saffo’ a ‘Bondelmonte’ a ‘Maria, regina d’Inghilterra’. Un programma, come si vede, ampio ed accattivante che ha dato modo di ‘penetrare’ il mondo paciniano rivelando grande versatilità melodica, profonda conoscenza della struttura armonica, gusto per un pacato virtuosismo; l’ideale, anche, per mettere in luce la voce cristallina, l’impeccabile tecnica e l’elegante fraseggio di Manuela Cucuccio, nonché il timbro brunito, unito a profonda sensibilità espressiva di Anna Pennisi, mentre Giulia Russo riusciva, con i tasti di un semplice pianoforte, a far immaginare il suono di un’intera orchestra.