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Un’Andrea Chénier d’altri tempi (ma con le voci attuali)

2026-04-14 11:46

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Attualità, Focus,

Un’Andrea Chénier d’altri tempi (ma con le voci attuali)

Al Bellini stesso allestimento di Andrea Chenier per la terza volta dal 2007. Lunghe attese tra un quadro e l'altro. Buon riscontro da parte del pubblico

Per la terza volta in quasi venti anni Il Teatro Massimo ‘Bellini’ propone un allestimento di Andrea Chénier diventato ormai ‘storico’, quello del 2007, con le scene di Maurizio Balò, alquanto spartane (ma con una gigantesca statua di Robespierre campeggiante nel secondo quadro) e dal taglio vagamente espressionista (sottolineato anche da luci piuttosto scure, addirittura funeree negli ultimi due quadri); il regista era allora Federico Tiezzi, i costumi, in stile d’epoca, erano di Giovanna Buzzi, le luci di Luigi Saccomandi. Nel 2018 lo stesso allestimento venne ripreso dopo una serie di traversie (era stato preannunciato in un primo tempo un nuovo allestimento con la regia di Vincenzo Perrotta) da Giandomenico Vaccari con intenti chiaramente cinematografici; erano scene ‘tagliate’ come successione di quadri svolti su due piani, riservati alle diverse stratificazioni sociali.

     Giunge così ai nostri giorni, ancora una volta, lo stesso allestimento, affidato sempre al regista Giandomenico Vaccaro con i costumi di Mariana Fracasso, i quali non si distaccano sostanzialmente dai precedenti; le diverse soluzioni riguardano soprattutto i protagonisti.

     La tradizionalità della riproposta ha comportato, inevitabilmente, tempi ormai inusuali di attesa tra un quadro e l’altro: ben tre intervalli che hanno, di fatto, quasi raddoppiato la durata dell’intero spettacolo, facendo respirare un’aria da seconda metà del Novecento, quando raramente si tornava a casa prima delle ore piccole.

     Su questo impianto s’inseriva, quasi a contrasto, la ‘modernità’ dell’esecuzione musicale.

     Rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1896, Andrea Chénier rientra (insieme all’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea) nel novero di quei pochi titoli ‘veristi’ sopravvissuti alla successiva, feroce critica della più accanita intellighenzia musicale, sia pure in seconda battuta, alle spalle delle più popolari Cavalleria Rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo. A parte si staglia, naturalmente, l’opera di Giacomo Puccini.

     Andrea Chénier è opera che poggia, in maniera sostanziale, sulle voci e sul tessuto sonoro dell’orchestra e del coro; e qui è un bel problema che impone una grande capacità di equilibrio al direttore d’orchestra per evitare che i cantanti vengano schiacciati dal suono di un’orchestra che Giordano ha previsto dai connotati addirittura sinfonici. La pur accorta direzione di Paolo Carignani e gli sforzi dei professori d’orchestra volti ad alleggerire il volume sonoro non sono purtroppo riusciti interamente nell’intento, ed è qui che si capisce perché l’opera di Giordano abbia sempre richiesto voci importanti, addirittura imponenti. Ma è anche vero che oggi si cerca di superare il concetto restrittivo di ‘voci veriste’ con il risultato, da un lato, di depurare il canto da eccessi quali singhiozzi, invettive, risate, ecc…ma, dall’altro, a semplificare anche quell’agogica che lo stesso compositore ha scritto con intenti (nei casi più raffinati come in Giordano e Cilea) sostitutivi dell’approccio belcantistico. Nello Chénier, accanto al fitto tessuto sinfonico orchestrale è ben viva e presente una diffusa vena melodica meritevole di un approccio vocale che non ne snaturi e semplifichi eccessivamente la linea, sacrificandola sull’altare dell’antiverismo.

     Protagonista della presente rappresentazione è stato lo Chénier di Fabio Sartori, tenore dai generosi mezzi vocali, acuti luminosi e slanci impetuosi, messi immediatamente in mostra nel celebre ‘Improvviso’ (Un dì all’azzurro spazio) e successivamente nel ‘Si fui soldato’ e in ‘Come un bel dì di maggio’; ciò di cui si sentiva la mancanza era, semmai, nel fraseggio, di quelle nuances che sottolineano il sensibile animo del poeta, specie nei duetti con Maddalena. Quest’ultima, interpretata dal soprano Valeria Sepe, era più incline a ricercare anche atmosfere più eteree e delicati legati, spesso sovrastati dal torrente sonoro dell’orchestra, e trovava il suo momento migliore nella celebre aria del terzo quadro ‘La mamma morta’, eseguita con grande trasporto emotivo.

    Gérard aveva la voce tornita e piena del baritono David Cecconi protagonista, soprattutto, di un autorevole ‘Nemico della patria’. Struggente la Madelon di Anna Malavasi; Nikolina Janevska dava voce e disinvoltura scenica alla mulatta Bersi. Un folto stuolo faceva da corona all’affollato scenario umano: Carlotta Vichi (La Contessa di Coigny), Nicolò Ceriani (Rouhcer), Michele Patti (Fléville), Lorenzo Barbieri (Fouquier Tinville), Cristiano Olivieri (Un ‘Incredibile’), Leonardo Cremona (Il sanculotto Mathieu), Ivan Tanushi (L’abate), Francesco Palmieri (Schmidt), Filippo Micale (Il maestro di casa e Dumas). Impegnativo e costante l’intervento di un coro sempre a tutta voce, istruito da Giambartolo Porretta.

      Buon riscontro da parte del pubblico della prima.