Con l’esecuzione della grandiosa Sinfonia n 5 in do diesis minore di Gustav Mahler, il Teatro Massimo Bellini ha inaugurato, in grande spolvero, la Stagione di Concerti 2025/26. Scritta tra il 1901 e il 1902, l’opera segna l’avvio di una nuova fase compositiva del musicista boemo che aprirà nuove strade al sinfonismo del Novecento, come viene mirabilmente descritto ed analizzato da Caterina Rita Ando nelle note di sala.
Un percorso di morte e rigenerazione che Mahler estende sempre più, partendo dall’uomo, ad un respiro universale, attraverso un monumentale affresco musicale in tre parti per un totale di cinque movimenti che la nostra magnifica orchestra ha saputo dispiegare condotta con mano superba dal direttore tedesco Marcus Bosch.
La struttura è perfetta: nei primi due movimenti che costituiscono la prima parte, è il dolore dell’uomo a dominare, in un tunnel oscuro che parte da una marcia funebre guidata dalla tromba solista – bravissimo, come sempre, Mario Musumarra – dipanandosi in frenetica angoscia. La seconda parte, quella centrale, apre spiragli incerti, un vigoroso scherzo in tempo di danza con il corno solista – un magnifico Giovanni Pellerito – a guidare i graffianti suoni tipicamente mahleriani. La parte estrema, la terza, si apre con il celeberrimo Adagietto, tanto amato da Visconti, che nel suo ‘Morte a Venezia’(1971) lo pose a suggello di una luminosa estetica di ricerca della bellezza assoluta, con la purezza del suono affidato ai soli archi ed all’arpa solista – qui interpretata con estrema dolcezza da Giuseppina Vergine. Conclude il trascinante Rondò volto a rischiarare le tenebre alla ricerca di un moto di speranza riposta nel futuro.
La bacchetta di Marcus Bosch ha guidato l’orchestra attraverso un percorso rigenerativo che non concedeva spazio alla retorica ma che si addentrava nei più recessi risvolti dell’animo umano. Essenziale ma precisissima nel restituire la complessa armonia costruita da Mahler su una tavolozza orchestrale ricchissima e densa. Una esecuzione lucidissima che non si limitava a restituire gli attacchi, l’agogica, i colori, ma che scavava all’interno di una partitura la cui profondità lascia sbigottiti.
Un’inaugurazione che ci sentiamo di ritenere grandiosa, grazie alla possente esecuzione di uno dei massimi capolavori sinfonici agli albori della modernità (e non è forse un caso se, in una sorta di confronto a distanza, anche Palermo lo stesso giorno abbia eseguito la ‘Seconda’ dello stesso compositore, Gustav Mahler) e grazie anche alla presenza di un illustre direttore che ha sfruttato al massimo le eccellenti qualità dell’orchestra del Bellini.
Teatro gremito di pubblico che, alla fine, non smetteva di applaudire con decisa convinzione.


