Impresa decisamente ardua quella di adattare per la scena teatrale un capolavoro come ‘I promessi sposi’ di Alessandro Manzoni. Eppure l’operazione è riuscita con esito positivo, senza tradire minimamente lo spirito dello scrittore meneghino, pur con l’immancabile scelta di costruire un mosaico con le scene fondamentali.
La produzione del Teatro della città, realizzata al Teatro Brancati, si è valsa dell’opera meritoria del regista e drammaturgo Giuseppe Argirò, non nuovo, in verità, a tali operazioni e sempre avvalendosi di un attore carismatico come Giuseppe Pambieri. Ricorderemo, a tal proposito, quanto realizzato in passato (e visto anche a Catania) intorno ad altre due figure di grandi autori della letteratura italiana, Leopardi e Pirandello.
L’espediente scenico concepito da Argirò è stato quello (scelto, appunto, anche per Pirandello) di portare sulla scena lo stesso autore, non solo come narratore per legare le varie vicende, ma anche come personaggio, in dialogo con la figlia prediletta Giulietta, al tempo della cosiddetta ‘ventisettana’; il 1827 fu, infatti l’anno della prima edizione del romanzo, prima che Manzoni si recasse in Toscana per ‘sciacquare i panni in Arno’ (come disse lo stesso Manzoni). L’edizione definitiva fu poi pubblicata nel 1840.
In un alternarsi di evocative pagine poetiche (‘Quel ramo del lago di Como’ recitato da Pambieri come fosse lo stesso Manzoni al momento della creazione; lo stupendo Addio ai monti, soffuso come una preghiera da parte di una commovente Greta Porcelli – Lucia) e di stringenti azioni con tanto di duelli (quello riferito alla giovinezza di Fra Cristoforo), il romanzo si dipana in una serie di quadri scenici collegati dall’io narrante di Manzoni.
È come rivivere l’esperienza di un ricordo scolastico che solo la maturità può farci godere appieno, perché il romanzo di Manzoni merita di uscire dal limbo di una ‘lettura costretta’, tale è la portata di valori, spiritualità, estetica della lingua (quella lingua che, creata da Manzoni ha contribuito a far percepire agli italiani tutti una nuova unità) e nascita del romanzo storico romantico in Italia.
Impegno di grande rilevanza per tutta la compagnia che fa da corona al protagonista; ogni attore è ‘costretto’ a dar vita a più personaggi, a partire dallo stesso Pambieri, il quale ‘esce’ dai panni dell’autore per assumere quelli assai pregnanti dell’Innominato cui regala i due momenti centrali e catartici del romanzo, l’inquieta e tormentata notte e la riconversione di fronte al Cardinale Borromeo; quest’ultimo interpretato da un serafico Paolo Triestino, lo stesso che ha affrontato un divertentissimo Don Abbondio.
A Ruben Rigillo è stato, invece, affidato il compito di impersonare, con grande trasporto, il viscido Don Rodrigo, rappresentante del potere oppressivo e immutabile. Ancora una molteplice presenza quella dell’impegnatissima Elisabetta Arosio che, soprattutto nella Perpetua e in Agnese (la madre di Lucia), ha espresso una frizzante saggezza popolare. Accanto alla giovanissima esordiente Greta Porcelli (una struggente Lucia Mondella) si faceva apprezzare anche Vinicio Argirò, giovane e sanguigno Renzo Tramaglino. Giovanna Mangiù dava vita ad una esemplare ed intensa Gertrude, Monaca di Monza.
La ricostruzione scenica essenziale e i bei costumi evocativi dell’epoca, entrambi di Vincenzo La Mendola, con l’ausilio di una ‘colonna sonora’ che attingeva al repertorio di Ennio Morricone, hanno fatto da ottima cornice per evocare il capolavoro manzoniano (con un occhio al celeberrimo sceneggiato di Bolchi, come confermato dallo stesso Argirò).
Grande successo.


